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AutoRitratti

L’immagine riflessa di sé

Mi guardavo sullo specchio e soffrivo.
Mannaggia, come sono brutto!
Mio padre e mia madre ben che potevano avermi fatto un po’ meglio.
La faccia che guardavo riflessa davanti a me non mi rappresentava adeguatamente.
“Quel viso non è una traduzione accettabile di me stesso. Non mi ci vedo, non mi ci riconosco.”
Lo specchio mi ha fatto penare dall’infanzia fino ad una certa fase dell’adolescenza.
Un giorno, un giorno preciso, mi sono chiuso in bagno e mi sono guardato bene, a me e a quell’immagine riflessa.
“Guardala bene, Ayres, perché la stai vedendo così per l’ultima volta”.
“Adesso basta, non voglio più soffrire.”
Così, non mi sono mai più guardato allo specchio. Non mi pettinavo e quando i pelli sono spuntati non mi facevo la barba. Ho risolto la questione. In un certo modo ha funzionato.
Che cos’è che non mi piaceva nel mio viso?
In particolar modo ce l’avevo con il mio naso e con i miei capelli e non mi piaceva quell’espressione di insofferenza e di fragilità che percepivo nel mio sguardo.
Giustamente il naso e i capelli denunciavano con più evidenza l’eredità negra che avevo ricevuto e che non avevo ancora imparato a riconoscere, ad accettare e ad amare.
I modelli di bellezza ai quali facevo riferimento erano altri. Avrei voluto assomigliarmi a Steve McQueen.
Tutto questo è cambiato molto, anche se molto lentamente.
Paradossalmente, è stato proprio quando vivevo a Berlino che questo processo di trasformazione ha preso vigore. Poi, quando mi sono trasferito nel Nord Est del Brasile, il cambiamento si è compiuto. Allora ero un venticinquenne a trotterellare in compagnia di una ragazza deliziosa in una società tropicale degli anni 80.
Recentemente ho raccontato al mio analista che negli ultimi anni faccio spesso degli autoritratti.
“È grave?”, gli chiesi.
“Insomma...”, ha risposto lui.
Il fatto è che mi piace tantissimo accompagnare il percorso di trasformazione del mio aspetto. La mia faccia mi diverte.
Non è che sia diventato più bello, al contrario. Ma mi riconosco di più in questo mio viso beffardo, nella disposizione ribelle dei miei denti, dei miei capelli inesistenti che adesso crescono verso dentro, come cespugli crespi di idee protette da una testa in forma di uovo un po’ schiacciato.
Sarà che la felicità comincia ai 50?
Una volta un giornalista domandò ad uno degli scrittori brasiliani che amo di più, Nelson Rodrigues, che consiglio dava ai giovani.
“Invecchiatevi!”, rispose.
Dio, sto invecchiando!

Autoritratti di Ayres


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